di Antonio Rossello
C’è un’aria sottile, quasi tagliente, che risale dal porto e si insinua sotto i portici di via Paleocapa, un’aria che noi savonesi conosciamo bene. È l’aria di chi sta in guardia, di chi sa che il mare porta ricchezza ma anche insidie. Oggi, 19 marzo 2026, mentre le auto rischiano di restano immobili a causa di non preannunciato ma probabile razionamento petrolifero e il cielo sembra pesare sopra la Torretta, il pensiero corre a ritroso verso quel 13 dicembre che per generazioni ha segnato il confine tra l’autunno e l’inverno del cuore: la Fiera di Santa Lucia.
Per noi, Santa Lucia non è mai stata solo banchi di torrone, croccanti e statuine del presepe. Era il rito collettivo di una città che si chiudeva in se stessa per celebrarsi. Una fiera che affonda le radici nel tempo, capace di trasformare il centro in un formicaio umano dove l’odore della farinata si mescolava a quello del salmastro. Ma c’era un lato oscuro, un segreto non scritto che apparteneva solo a chi era di qui. Fino agli anni ’80, la fiera era il teatro delle «manganellate». Non erano cariche di polizia, ma scontri tribali, quasi rituali, tra bande di ragazzi della zona. I giovani del centro contro quelli delle Fornaci, i gruppi della Valle di Vado contro quelli di Villapiana. Si usavano i «manganelli» comprati proprio sulle bancarelle – allora di plastica rigida o di gomma – e ci si scontrava in una danza violenta e identitaria. Era un modo brutale, certo, ma maledettamente nostro per ribadire l’appartenenza a un quartiere, a una strada, a una «piccola patria» che non ammetteva intrusioni.
Oggi, quella violenza locale ci appare come un gioco infantile di fronte all’orrore che divampa in Iran e nei dintorni. Mentre le notizie dei bombardamenti sui pozzi e sulle rotte marittime dello stretto arrivano sui nostri schermi, non possiamo non notare l’ironia tragica del destino. Quelli che una volta erano scontri per un fazzoletto di marciapiede savonese, oggi si riflettono nella scala globale di un conflitto che ci sta togliendo l’energia per riscaldarci. La guerra in Iran non è solo «laggiù»; è qui, nel prezzo del pane che sale e nelle luci della fiera che quest'anno, a causa dell'emergenza petrolifera, potrebbero diventare più fioche che mai. Il greggio, se mancasse, sarebbe il sangue di un mondo che ha preteso di essere globale senza saper gestire i propri egoismi.
Eppure, osservando questo panorama desolante, torna alla mente il brocardo latino tanto caro ai giuristi e che ben si adatta alla tempra di noi savonesi: «Privilegia non sunt trahenda ad exemplum». I privilegi non devono essere presi come esempio. Per decenni abbiamo vissuto nel privilegio di una pace che credevamo infinita, consumando risorse come se la fiera non dovesse finire mai. Abbiamo trasformato la nostra identità in un fortino, guardando con sospetto chi veniva da fuori, dimenticando che Savona stessa è figlia di scambi, di navi e di rotte.
La storia della nostra città, dalle lotte contro Genova fino alla resistenza industriale, ci insegna che l'eccezione non può diventare regola. Le manganellate degli anni '80 erano un'eccezione, un momento di sfogo in una società che cresceva; oggi la guerra e la crisi energetica sono diventate la nostra spaventosa normalità. Non possiamo più permetterci di essere «guardinghi» solo verso il forestiero che passa sotto i portici; dobbiamo esserlo verso un sistema globale che sta crollando. Santa Lucia ci ricordi che la luce è preziosa proprio perché può essere tolta. Difendiamo la nostra terra, sì, ma facciamolo consapevoli che il vero «privilegio» da non estendere è quello di chi crede di poter restare a guardare mentre il resto del mondo brucia.
Giovedì 19 marzo 2026
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